26/05/2016 ~ 11:00 am



Joceline ha sessant'anni, una sorella più vecchia di cinque e tre figlie femmine che oramai non vede quasi più. Sa che nessuna di loro ha un uomo accanto o alcun interesse per la madre che non sia un letto in cui dormire quando si fermano nella capitale per più di una nottata, quando i loro viaggi le riportano al punto di partenza dove riescono sempre a trovare la spinta per ripartire.

Vive con la sorella e la nipote al piano terra di una delle palazzine che si affacciano sul lungofiume del Verona, quelle più piccole e strette che somigliano alle case delle famiglie benestanti del Westen Cotzie soltanto di facciata. È stata lei ad aprire la porta ad Arnaud quando è tornato a cercare sua madre due mesi fa ed è ancora lei che, allontanandosi da Irène che sta guardando la televisione, si accorge della presenza del nipote fuori dalla porta di vetri colorati.

«Arnaud?» - lo richiama coi rintocchi del bastone che adopera per aprire la porta e affacciarsi sul cortile esterno. Dall'altra parte del viale c'è la Ducati rossa parcheggiata in doppia fila, Arnaud è in piedi di fronte ad una delle finestre che danno verso l'interno della casa, sul salotto; è sospeso in uno smarrimento assorto che lo tiene incollato ai fotogrammi di un cartone animato e alla testa di capelli castani della sorella che sbuca oltre lo schienale del divano.

Joceline cerca di attirare l'attenzione del nipote battendo contro lo stipite al quale si deve reggere per contenere l'insistenza di Irène che, nel frattempo, è schizzata via dal divano e cerca di scavalcarla. Arnaud segue la scia dei rintocchi con diversi minuti di ritardo, rendendosi conto che il divano è vuoto e che Joceline non è più all'ingresso: ci trova Irène spoglia di tutta l'aspettativa e la contentezza con cui si era precipitata fuori di casa, coi piedi scalzi e i capelli spettinati, una maglietta di Eugène con la stampa rovinata degli Stones a farle da vestito. Al polso destro porta un braccialetto di corde colorate fatto a mano, identico a quello che ha legato al polso del fratello maggiore l'ultima volta che si sono visti (nonché l'unica che lei ricordi).

Le mani di Arnaud tremano nelle tasche dei jeans quando si volta a cercare la sorella; non ha suonato il campanello perché Joceline gli ha raccontato che, da quando Elise ha lasciato la figlia e non ha più fatto ritorno, Irène corre sempre a vedere chi arriva e scoppia a piangere se non è la madre. E non è mai la madre. Ma il timore con cui deve fare i conti non è per le lacrime che potrebbero affiorare dagli occhi lucidi di Irène; è l'attenzione della sorella che si sofferma sul taglio arrossato che gli attraversa il naso rotto e lascia entrambi in un silenzio spezzato soltanto dal rumore dei piatti che Joceline si è ritirata a lavare.

«Vuoi un cerotto?» - glielo chiede stropicciandosi gli orli usurati della maglietta tra le dita. Gli si rivolge con la timidezza dei bambini che si sentono a disagio con gli estranei e la discrezione garbata che potrebbe quasi avere un adulto.

«Me lo metti tu?» - sfila le mani dalle tasche. Arnaud nota che gli occhi di Irène sono caduti sul braccialetto identico al suo, ci fa scorrere sopra le dita della mano sinistra, con la fede d'oro bianco infilata all'anulare e le nocche graffiate.

«...» - Irène acconsente con un cenno trepidante, dondolando sui talloni prima di darsi la spinta per indietreggiare verso l'interno dell'abitazione. Rimane sospesa sul ciglio come se temesse, voltandosi, di non trovarlo più lì.

«Allora sì.» - le cammina incontro e si lascia guidare lungo la scaletta che porta alla stanza da letto sul soppalco di legno - che era la sua - e per ogni volta che ha paura di sentirsi chiedere come si è rotto il naso trova soltanto le occhiate curiose della sorella che lo richiama al loro gioco.

Joceline ha finito di lavare i piatti e si è accorta che, questa volta, Irène non ha pianto.


10/03/2016 ~ 2:15 am



L'automobile rovesciata sul marciapiede perde benzina e sangue; perde benzina dalle lamiere accartocciate contro il parapetto di mattoni e perde sangue dai corpi dei due automobilisti schiacciati uno contro l'altro. Uno ha la testa rovesciata sul cruscotto, l'altro le mani sul volante e le cervella schizzate sul parabrezza mandato in frantumi dall'impatto. L'odore di benzina copre quello di bruciato e impregna la felpa rossa della ragazza accanto alla quale s'è appena chinato Arnaud a pochi metri dalla vettura; la scuote, le cerca addosso le pulsazioni mentre Marianne scandisce i codici di emergenza ad alta voce, Samuel si mette in disparte insieme al proprio telefono e i pochi che potevano allontanarsi sulle proprie gambe l'hanno fatto.

- Cinque punto due, tre punto zero, due punto due. -

Non trova le pulsazioni e pensa che sia perché la sua mano ha cominciato a tremare. Quando rinuncia a premerle il pollice sul polso e la strattona violentemente per le spalle, si rende conto della macchia scura che non è benzina e che quello che ha tra le mani potrebbe facilmente essere un cadavere. Ma, più di tutto, si rende conto di avere i talloni sulla traccia dello pneumatico sull'asfalto che divide i corpi a terra da quelli ancora in piedi. A conti fatti, non erano poi così distanti.

- Ripeto: cinque punto due, tre punto zero, due... -

Nessuno trova ancora il tempo di dare un senso ai minuti che quel mancamento ha sottratto alla memoria di alcuni. Jaime cerca come può di allontanare i feriti dai resti taglienti delle due automobili, Samuel si immerge nel display illuminato nello smartphone come se tutto il resto non esistesse, Marianne ha finito di chiamare i soccorsi e sta parlando al telefono con Calvin. Arnaud si è messo a correre come un pazzo verso il parapetto annerito dal fuoco degli artisti di strada che ha rischiato di accendere un rogo al posto del lago di benzina che calpesta con le suole degli anfibi. Chiude gli occhi, inspira, apre la bocca e svuota lo stomaco in un conato violento che lo spinge in avanti e poi lo rispedisce indietro prima che si accorga del corpo senza vita che galleggia nelle acque del Verona; qualcuno, preda del trambusto, si è buttato di sotto.

- ... -

Marianne gli sta gridando qualcosa ma la sua voce è lontana e non riesce a decifrare il labiale, le sirene sono vicine, ha il telefono in mano e sfoglia la rubrica con le dita che faticano a trovare il numero giusto. Poi finalmente lo trova e schiaccia l'orecchio contro gli squilli che si susseguono a vuoto.

- Oh. Dani ici, j'suis peut-être en train de m'occuper de mes affaires... laisse-moi un message après le bip sonore. -

«...» - interrompe la chiamata soltanto qualche attimo dopo il bip sonoro della segreteria telefonica. Il primo messaggio registrato è di pochi secondi: contiene un sospiro irrequieto e le sirene delle prime ambulanze. Ricompone il numero, conta gli squilli.

- Oh. Dani ici, j'suis peut-être en train de m'occuper de mes affaires... laisse-moi un message après le bip sonore. -

«Dani.» - si schiarisce la voce con un colpo di tosse e si pulisce la bocca. «Niente ti volevo dire che, mi prendo un paio di giorni di ferie questo fine settimana, così, andiamo a trovare tuo padre e stiamo un po' insieme, se ti va.»

La ragazza dalla felpa rossa, nel frattempo, viene caricata sulla barella da due volontari e le sirene della polizia si sommano a quelle delle ambulanze.

«... sto a Verona Kreek con Mortimer dov'è successo quel casino, eravamo in servizio e ci hanno chiamati, siamo appena arrivati con la volante. Ora chiudo che torno a lavorare, 'nenuit.»

Arnaud chiude la comunicazione e rimane imbambolato sulle luci blu intermittenti, crollando a terra con gli occhi spalancati e il telefono stretto tra le dita. Era una bugia e avrà vita corta, ma ha scacciato il languore per fare spazio ad un sollievo simile a quello che proverà tra pochi minuti la ragazza dalla felpa rossa che, sotto le scariche del defibrillatore, ha appena riaperto gli occhi.


25/02/2016 ~ 4:20 am



Il termosifone della stanza da letto perde acqua come quello del salotto, il ticchettio leggero delle gocce che si infrangono sul rigonfiamento di umido del parquet è ammutolito da quello violento della pioggia che colpisce i vetri delle finestre con una costanza che dura da ore. I tuoni che rimbombano in lontananza non riescono a scalfire il sonno di Dani che è appena crollato sul letto, accanto ad Arnaud che è ancora sveglio e sta finendo di fumarsi la loro sigaretta.

Arnaud sa che non chiuderà occhio nemmeno stanotte. Lo sa come sa che il padre di Dani potrebbe non tornare a camminare, lo sa perché la mattina di quel tre novembre, nelle ultime file delle panche della chiesetta di Fontevraud, Elouan non sedeva sulle panche ma sul cuscino sfatto di una sedia a rotelle. Lo sa e si è anche chiesto se tra i ragazzi che hanno sfondato la sua palestra e le gambe di suo padre non ci fossero anche Gérard, Tristan o Marcel. O se invece almeno uno dei tre sia riuscito a riscattarsi. Se Tristan sia riuscito a rimediarsi i soldi per andare a studiare all'estero, Marcel ad impugnare l'archetto di un violino al posto della spranga con cui ruppe le ginocchia di Elouan, Gérard ad evitare di vedersi portare via la casa dai debiti di suo padre e le due sorelle dalla strada. Ci spera, ma questo non lo sa.

Butta la cicca esaurita sui jeans abbandonati sul pavimento e prova a dormire, ritrovandosi a riaprire gli occhi ogni volta che i pensieri si fanno troppo ingombranti e si mischiano ai ricordi più insistenti del fumo che impregna le lenzuola e volatili come la cenere che ci fa cadere sopra. Smette di rincorrerli per ripercorrere con la punta dell'indice le linee d'inchiostro sulla pelle del compagno, mettendone a fuoco una parte in ritardo. Si trova a sorridere senza rendersene conto.

«Tout va bien, lion.»

Recita le tre parole impresse sul suo addome strusciandoci sopra la mano che risale dall'elastico dei suoi boxer fino al suo petto, poi si addormenta con la guancia appoggiata al disegno della leonessa che tiene il cucciolo per la collottola.